I giorni seguenti sono infiniti, mi fermo per un po' a casa di mia sorella, devo sistemare le sue cose, mia madre non è più in sè e qualcuno deve necessariamente occuparsi di quanto rimasto di Kath. E' doloroso, dormo sul divano, quel letto è intangibile, troppo di lei è intrappolato tra le doghe. Dormo poco, tre ore al massimo a notte, il resto è un continuo tormentarsi, girare nel letto senza tregua alcuna, le mani che non riescono a fermarsi, tremano come esposte al più spietato gelo invernale, mi si intrecciano tra i capelli, spingono alle tempie, nel vano tentativo di soffocare i pensieri che mi violentano le membra, in un incessante amplesso che non mi lascia altra scelta se non arrendermi e lasciarmi sbranare. E' giovedì, le 3 di notte, telefona mia madre, urla e non la lascio nemmeno finire, le scarpe già ai piedi, esco e salgo in macchina. Dieci minuti di tragitto sono diventati sei, ringrazio che non ci sia anima in giro, se ci fosse stata, probabilmente l'avrei investita. Entro, la porta aperta, mia madre che urla e geme a terra in un angolo della cucina, spaventata come non l' ho mai vista, fissa la porta senza riuscire a battere ciglia, tanto che mi convinco che la metà delle lacrime che versa siano necessariamente spinte fuori dai suoi occhi che si disidraterebbero altrimenti.
Sono entrati, hanno preso tutto. Hanno rotto tutto.
Chi mamma? Chi? Ti hanno toccata? Ricomincia ad urlare, e si scopre un fianco, ricoperto da un ematoma spaventoso.
Sento gridare "fermatelo" di sotto, mi precipito, le scale non le vedo nemmeno, corro come se dovessi giocarmi la vita, arrivo all'atrio, spalanco la porta, con la coda dell'occhio vedo una donna indicarmi fuori, verso sinistra, ma io sto già velocemente dirigendomi come se fossi certa di sapere dove debba andare. Lo vedo, non gli darò possibilità di scappare. Preso: si infila in un cunicolo a fondo cieco, conosco questo posto. Corro ancora, le gambe ormai doloranti, spinte in avanti solo dalla rabbia, accumulata per giorni e ora pronta ad esplodermi fuori dalla pelle, finalmente. E' ora davanti a me, un coltello in mano, sicuro di sè. ,menefreghista, quegli occhi scuri, che non mi sono mai piaciuti, la barba incolta, mille volte mia sorella gli chiese di tagliarsela. Finalmente è davanti a me, tangibile e reale. Lo vedo accarezzare lentamente l'impugnatura, stendere l'indice. Cerca il baricentro del coltello, vuole tirarlo. Mi fissa intensamente.
L'azione.
Calcia con un piede un sasso verso il muro del vicolo, per distrarmi. Tira il coltello. Sento di nuovo quel calore così forte, mi sale dalle gambe, mi avvolge le membra, mi stringe lo stomaco e rapidamente alzo il braccio, fuori del tutto dal mio controllo. Non mi accorgo, non sono in me. Il tempo rallenta di colpo, come se tutte le mie emozioni lo stessero trattenendo tra le loro grinfie. Lo vedo allarmarsi, terrorizzato, capisce che sto prendendo il coltello appena lanciatomi. Comprende perfettamente che quando il suo avversario riesce a bloccare la traiettoria di una lama, sta vivendo gli ultimi istanti della sua miserabile vita. Lo guardo negli occhi mentre dall'aria afferro l'impugnatura e senza pietà, fuori dal mio controllo, lo direziono verso di lui. Colpito e affondato. Una luce a fondo vicolo si spegne, investita anche quella dall'energia che ho emanato. L'incubo è finito.
Cade a terra, mi avvicino piano. Alla testa, centro fronte. Mi spaventa la lucidità con cui l'ho ucciso, però c'è qualcosa che mi spaventa di più.
Le sue sembianze sono cambiate, ho ucciso uno sconosciuto.
© copyright Saba Armeni
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