Chi
mi conosce lo sa, non ho mai vissuto il giorno. C'è qualcosa nel
profumo della notte che stimola i sogni, più di tutti quelli ad
occhi aperti. Resto sveglia e penso, qualche volta lo detesto,
soprattutto in quei giorni in cui vorrei starmene sola tra le crepe
dell'intonaco e invece le voci dei muri mi urlano alle orecchie senza
tregua. Qualche volta mi piacerebbe riposare, poi però mi chiedo se
non sia tempo sprecato e quante cose potrei fare senza chiudere gli
occhi, neanche avessi scelta del resto. Esco fuori,
lascio che il fumo di una sigaretta riequilibri lo spazio attorno a
me, leggo due righe di quotidiano in ritardo e rientro quando le voci
si son fatte più ordinate. Sì sì, il quotidiano del giorno appena
consumato, proprio così: non ti da senso? Me ne sto lì, leggo qualcosa
che ormai è trascorso del tutto -del resto verso le 4 di mattina
stanno già stendendo le notizie per i lettori delle 8- e sfuggo al
tempo del mondo, ormai proteso al nuovo giorno, ignaro che per me non
sia ancora terminato affatto il precedente. Non sono schiava dell'orologio di
nessuno. Quando non è freddo me ne resto fuori a scrivere a
macchina; non stai leggendo un racconto ambientato nel passato, non
sbagliarti, questo che leggi l'ho poi battuto al pc, sono proprio io che
son bloccata nel retrò, il rumore della macchina da scrivere mi
stimola le dita.
Quella mattina doveva andare esattamente come le altre, invece hanno suonato alla porta, diamine, non l'avessero mai fatto; sembra impossibile di quanto lentamente si spostino i minuti, facendosi largo tra la folla degli infiniti del mondo, quando qualcuno ti comunica una brutta notizia. Ho sentito solo le parole, del tutto ignorando i miei interlocutori: mia sorella è morta. L'hanno trovata stesa in camera da letto, immersa nel suo sangue e poi altre parole gettate a caso in una sintassi di cordoglio di circostanza. Li seguo, senza chiudere nemmeno la porta a chiave, mi portano sul luogo per ritirare gli effetti personali. Mentre guidano mi parlano, robotici, formali, per dirmi che il suo fidanzato se l'è data a gambe -quel bastardo- dopo averla violentata e probabilmente uccisa; non possiamo esserne certi, perchè è morta dissanguata da due tagli ai polsi, quindi magari si è suicidata, ci vorranno ulteriori accertamenti. Non si è suicidata, io lo so. Continuano a blaterare non so che, accatastano parole che mi sembrano pronunciate in una lingua diversa dalla mia, troppo veloci, troppo futili, che si avvinghiano ai miei pensieri e non mi concedono di decifrarli. Arriviamo in via Torme, saliamo le scale, fiumi di gente invisibile mi avvolgono, ma son rapidi a svuotarsi lasciandomi camminare, piedi scalzi, fondale gelido. Il buio affoga quella stanza e magari avesse continuato a farlo: accendono la luce e vedo troppo. Lei non c'è, c'è il sangue che ha vuotato il suo corpo. Mi esortano a non soffermarmi, a prendere gli effetti ed andarmene, però non li sento. Finalmente riesco a decodificare quelle parole che mi tormentavano: ti troverò, stronzo.
©copyright Saba Armeni
Quella mattina doveva andare esattamente come le altre, invece hanno suonato alla porta, diamine, non l'avessero mai fatto; sembra impossibile di quanto lentamente si spostino i minuti, facendosi largo tra la folla degli infiniti del mondo, quando qualcuno ti comunica una brutta notizia. Ho sentito solo le parole, del tutto ignorando i miei interlocutori: mia sorella è morta. L'hanno trovata stesa in camera da letto, immersa nel suo sangue e poi altre parole gettate a caso in una sintassi di cordoglio di circostanza. Li seguo, senza chiudere nemmeno la porta a chiave, mi portano sul luogo per ritirare gli effetti personali. Mentre guidano mi parlano, robotici, formali, per dirmi che il suo fidanzato se l'è data a gambe -quel bastardo- dopo averla violentata e probabilmente uccisa; non possiamo esserne certi, perchè è morta dissanguata da due tagli ai polsi, quindi magari si è suicidata, ci vorranno ulteriori accertamenti. Non si è suicidata, io lo so. Continuano a blaterare non so che, accatastano parole che mi sembrano pronunciate in una lingua diversa dalla mia, troppo veloci, troppo futili, che si avvinghiano ai miei pensieri e non mi concedono di decifrarli. Arriviamo in via Torme, saliamo le scale, fiumi di gente invisibile mi avvolgono, ma son rapidi a svuotarsi lasciandomi camminare, piedi scalzi, fondale gelido. Il buio affoga quella stanza e magari avesse continuato a farlo: accendono la luce e vedo troppo. Lei non c'è, c'è il sangue che ha vuotato il suo corpo. Mi esortano a non soffermarmi, a prendere gli effetti ed andarmene, però non li sento. Finalmente riesco a decodificare quelle parole che mi tormentavano: ti troverò, stronzo.
©copyright Saba Armeni

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