Passa ai contenuti principali

I: Incipit

Chi mi conosce lo sa, non ho mai vissuto il giorno. C'è qualcosa nel profumo della notte che stimola i sogni, più di tutti quelli ad occhi aperti. Resto sveglia e penso, qualche volta lo detesto, soprattutto in quei giorni in cui vorrei starmene sola tra le crepe dell'intonaco e invece le voci dei muri mi urlano alle orecchie senza tregua. Qualche volta mi piacerebbe riposare, poi però mi chiedo se non sia tempo sprecato e quante cose potrei fare senza chiudere gli occhi, neanche avessi scelta del resto. Esco fuori, lascio che il fumo di una sigaretta riequilibri lo spazio attorno a me, leggo due righe di quotidiano in ritardo e rientro quando le voci si son fatte più ordinate. Sì sì, il quotidiano del giorno appena consumato, proprio così: non ti da senso? Me ne sto lì, leggo qualcosa che ormai è trascorso del tutto -del resto verso le 4 di mattina stanno già stendendo le notizie per i lettori delle 8- e sfuggo al tempo del mondo, ormai proteso al nuovo giorno, ignaro che per me non sia ancora terminato affatto il precedente. Non sono schiava dell'orologio di nessuno. Quando non è freddo me ne resto fuori a scrivere a macchina; non stai leggendo un racconto ambientato nel passato, non sbagliarti, questo che leggi l'ho poi battuto al pc, sono proprio io che son bloccata nel retrò, il rumore della macchina da scrivere mi stimola le dita.
Quella mattina doveva andare esattamente come le altre, invece hanno suonato alla porta, diamine, non l'avessero mai fatto; sembra impossibile di quanto lentamente si spostino i minuti, facendosi largo tra la folla degli infiniti del mondo, quando qualcuno ti comunica una brutta notizia. Ho sentito solo le parole, del tutto ignorando i miei interlocutori: mia sorella è morta. L'hanno trovata stesa in camera da letto, immersa nel suo sangue e poi altre parole gettate a caso in una sintassi di cordoglio di circostanza. Li seguo, senza chiudere nemmeno la porta a chiave, mi portano sul luogo per ritirare gli effetti personali. Mentre guidano mi parlano, robotici, formali, per dirmi che il suo fidanzato se l'è data a gambe -quel bastardo- dopo averla violentata e probabilmente uccisa; non possiamo esserne certi, perchè è morta dissanguata da due tagli ai polsi, quindi magari si è suicidata, ci vorranno ulteriori accertamenti.  Non si è suicidata, io lo so. Continuano a blaterare non so che, accatastano parole che mi sembrano pronunciate in una lingua diversa dalla mia, troppo veloci, troppo futili, che si avvinghiano ai miei pensieri e non mi concedono di decifrarli. Arriviamo in via Torme, saliamo le scale, fiumi di gente invisibile mi avvolgono, ma son rapidi a svuotarsi lasciandomi camminare, piedi scalzi, fondale gelido. Il buio affoga quella stanza e magari avesse continuato a farlo: accendono la luce e vedo troppo. Lei non c'è, c'è il sangue che ha vuotato il suo corpo. Mi esortano a non soffermarmi, a prendere gli effetti ed andarmene, però non li sento. Finalmente riesco a decodificare quelle parole che mi tormentavano: ti troverò, stronzo

©copyright Saba Armeni


Commenti

Post popolari in questo blog

II: Chiesa

La chiesa è stracolma, una moltitudine di persone sconcertate dall'accaduto, nel silenzio del loro singolare dolore. Io sorreggo mia madre, l'unica ad esporre platealmente -come biasimarla- la propria sofferenza: piange, si dimena, perde il senno del tutto. Io me ne sto lì, accanto a lei, incapace di versare la minima lacrima, le sento accumularsi dietro agli occhi, bloccate da una possente diga di rabbia e rancore. Il discorso: sono la sorella, tocca a me (come diavolo credono possa essere capace di esprimere un discorso in queste condizioni, non lo so, ma tocca a me).  Kath era unica nel suo genere, loquace come nessun altro quando toccava le sue tele da disegno, nel silenzio più profondo della sua stanza; sempre stata così, piena di segreti, sebbene pura e limpida, avvolta dal suo involucro di dolcezza, sottile tanto da renderla volubile, e al contempo inespugnabile dalle ostilità del mondo. Me la ricordo.. mi blocco: giuro su Dio, l'ho visto in fondo alla Chiesa, i ...

III: Coltello

I giorni seguenti sono infiniti, mi fermo per un po' a casa di mia sorella, devo sistemare le sue cose, mia madre non è più in sè e qualcuno deve necessariamente occuparsi di quanto rimasto di Kath. E' doloroso, dormo sul divano, quel letto è intangibile, troppo di lei è intrappolato tra le doghe. Dormo poco, tre ore al massimo a notte, il resto è un continuo tormentarsi, girare nel letto senza tregua alcuna, le mani che non riescono a fermarsi, tremano come esposte al più spietato gelo invernale, mi si intrecciano tra i capelli, spingono alle tempie, nel vano tentativo di soffocare i pensieri che mi violentano le membra, in un incessante amplesso che non mi lascia altra scelta se non arrendermi e lasciarmi sbranare. E' giovedì, le 3 di notte, telefona mia madre, urla e non la lascio nemmeno finire, le scarpe già ai piedi, esco e salgo in macchina. Dieci minuti di tragitto sono diventati sei, ringrazio che non ci sia anima in giro, se ci fosse stata, probabilmente l'avr...