I giorni seguenti sono infiniti, mi fermo per un po' a casa di mia sorella, devo sistemare le sue cose, mia madre non è più in sè e qualcuno deve necessariamente occuparsi di quanto rimasto di Kath. E' doloroso, dormo sul divano, quel letto è intangibile, troppo di lei è intrappolato tra le doghe. Dormo poco, tre ore al massimo a notte, il resto è un continuo tormentarsi, girare nel letto senza tregua alcuna, le mani che non riescono a fermarsi, tremano come esposte al più spietato gelo invernale, mi si intrecciano tra i capelli, spingono alle tempie, nel vano tentativo di soffocare i pensieri che mi violentano le membra, in un incessante amplesso che non mi lascia altra scelta se non arrendermi e lasciarmi sbranare. E' giovedì, le 3 di notte, telefona mia madre, urla e non la lascio nemmeno finire, le scarpe già ai piedi, esco e salgo in macchina. Dieci minuti di tragitto sono diventati sei, ringrazio che non ci sia anima in giro, se ci fosse stata, probabilmente l'avr...
La chiesa è stracolma, una moltitudine di persone sconcertate dall'accaduto, nel silenzio del loro singolare dolore. Io sorreggo mia madre, l'unica ad esporre platealmente -come biasimarla- la propria sofferenza: piange, si dimena, perde il senno del tutto. Io me ne sto lì, accanto a lei, incapace di versare la minima lacrima, le sento accumularsi dietro agli occhi, bloccate da una possente diga di rabbia e rancore. Il discorso: sono la sorella, tocca a me (come diavolo credono possa essere capace di esprimere un discorso in queste condizioni, non lo so, ma tocca a me). Kath era unica nel suo genere, loquace come nessun altro quando toccava le sue tele da disegno, nel silenzio più profondo della sua stanza; sempre stata così, piena di segreti, sebbene pura e limpida, avvolta dal suo involucro di dolcezza, sottile tanto da renderla volubile, e al contempo inespugnabile dalle ostilità del mondo. Me la ricordo.. mi blocco: giuro su Dio, l'ho visto in fondo alla Chiesa, i ...